Il made in Italy in difficoltà: il vino italiano soffre nell’estremo Oriente

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La Cina sta offrendo al mondo l’immagine di un gigante dai piedi d’argilla. Il rallentamento generale dell’economia nazionale e i crescenti problemi a livello sociale e geopolitico stanno erodendo anche il potere d’acquisto delle famiglie e i consumi generali, in ulteriore frenata anche nei primi mesi del 2024. A risentirne è anche il made in Italy, che nel mercato cinese ha un asset fondamentale, e nello specifico il comparto del vino, che sconta una marcata diminuzione dell’import da parte del paese asiatico.

Vino, l’Italia è terza sul podio in Cina

Dal 2018, il mercato cinese ha perso cinque posizioni a livello mondiale per valore, scivolando dal quarto al nono posto e segnando nel 2023 un calo superiore al 20% rispetto all’anno precedente. Se l’export di vino italiano stenta a ritrovare la giusta rotta, la Francia, nonostante non sia immune alla congiuntura, si conferma il primo partner commerciale della Cina con quasi il 50% della quota di mercato. Seguono il Cile e, appunto, l’Italia, che occupa il gradino più basso del podio con il 10%. C’è ovviamente chi sta (molto) peggio, come l’Australia già leader nel 2020, che paga pegno ai pesanti dazi imposti dal paese asiatico negli ultimi anni, anche se all’orizzonte si intravedono segnali di disgelo.

Vino, frenano anche Corea del Sud e Giappone

I dati sono chiari, ma non di sola Cina si parla. Secondo il report sul mercato vinicolo nell’estremo Oriente elaborato da Nomisma Wine Monitor, il trend negativo ha intaccato l’import anche di altri paesi del Far East come la Corea del Sud e il Giappone, che rappresentano mercati di prima fascia nell’estremo Oriente per il vino del Belpaese. Il mercato della Corea del Sud, dopo cinque anni di ascesa non stop, nel 2023 ferma la sua cavalcata, con le importazioni di vino che scendono sia a valore sia a volume rispetto all’anno precedente. Anche in questo caso la spunta la Francia, che si conferma primo partner commerciale del paese, seguita da Stati Uniti, Italia (ancora una volta terza con una quota del 13%), Cile e Spagna.

Vino italiano in Cina, Corea del Sud e Giappone: crollo delle importazioni nel 2023

Se Atene piange, Sparta non ride. Il Giappone nel 2023 ha manifestato una flessione nelle importazioni, con un calo sia a valore sia a volume rispetto al 2022. E anche qui la Francia fa la voce grossa, con una quota di mercato che sfiora il 60%, seguita a grade distanza dall’Italia con il 12%, dato in linea con il 2022. «Nel contesto asiatico dei consumi di vino, la Cina continua a perdere posizioni, denotando cali sia nelle importazioni che nella produzione interna, mentre Giappone e Corea del Sud, pur a fronte di questa battuta d’arresto che trova tratti comuni a livello globale, dovrebbero mantenere significative potenzialità di crescita e di interesse verso i vini italiani» sottolinea Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor.

Vini fermi e frizzanti, sfusi e Dop: soffrono tutti

Non fa differenze l’import cinese nel 2023. Tra gli imbottigliati, sia i vini fermi sia quelli frizzanti diminuiscono a valore e a volume, e analoga è la situazione in Corea del Sud, dove i vini imbottigliati (che rappresentano circa i tre quarti di quelli importati) segnano un calo superiore al 20% sia a valore sia a volume. Purtroppo non va meglio al Giappone. Note non positive provengono anche dagli sparkling: se in Cina si registrano contrazioni nette sia a volume sia a valore, in Corea del Sud a un aumento a valore (+3,6%) si contrappone un calo dell’import a volume superiore al 20%. Nonostante vistose flessioni, l’Italia mantiene con le unghie la seconda posizione per quantità esportate, dietro ai cugini transalpini. Anche in Giappone la categoria sparkling accende la spia della riserva, visto che se l’indicatore segnala solo una lieve diminuzione a valore rispetto al 2022, la riduzione nelle quantità importate vola invece in doppia cifra. La crisi degli acquisti nell’estremo Oriente nel 2023 ha colpito infine anche le esportazioni di vini Dop italiani. Se però in Cina hanno sofferto maggiormente i rossi Dop piemontesi e veneti, sono cresciuti gli acquisti di rossi toscani, così come in Corea del Sud e Giappone.

Consorzi italiani del vino: tra investimenti e corsa alle contromisure

Pur non celando un velo di preoccupazione, i consorzi vitivinicoli italiani si dicono pronti a mettere in atto nuove strategie che riconsiderino le politiche di mercato verso il Far East, senza lasciarsi andare a eccessivi allarmismi. «Per noi il Far East resta un mercato chiave, tanto che proprio in questi giorni e successivamente a fine giugno saremo in Cina dopo cinque anni, proprio per dare un forte segnale di ripresa post-pandemia – rimarca Christian Marchesini, presidente del Consorzio tutela vini Valpolicella. Saremo dapprima a Chengdu in quella che è considerata la fiera del vino più importante della Cina, poi a Pechino per una serie di masterclass». Se la Cina continua a essere un mercato secondario per il Chianti Classico, «Corea del Sud e Giappone si mantengono stabili, rappresentando ognuno il 2% delle vendite – evidenzia Carlotta Gori, direttore del Consorzio del Gallo Nero. In particolare, in Corea del Sud, che aveva visto un grande exploit delle vendite nel biennio 2021/2022, ci aspettavamo un rallentamento fisiologico. Nel 2023 sono però aumentate in questo mercato le vendite della tipologia Gran Selezione, a cui viene riconosciuto un alto valore qualitativo e una remunerazione adeguata».

Christian Marchesini, Carlotta Gori e Giovanni Busi

«Al momento le esportazioni in Oriente si trovano in fase di recessione – ammette il presidente del Consorzio Chianti Docg Giovanni Busi – ma i mercati cinese, coreano e giapponese rappresentano un’importante opportunità per il vino italiano. Certo è che per incrementare gli acquisti in questo mercato sono necessari nuovi investimenti promozionali già messi in campo per il 2024 da parte del Consorzio vino Chianti con tappe a Tokyo, Seul, Hong Kong ed Ho Ci Min City. Confidiamo nelle nostre eccellenze per portare in alto la produzione italiana nel panorama asiatico».

Vino bianco in controtendenza

In controtendenza l’Alto Adige, che punta su nuovi abbinamenti tra vino e cucina orientale per rilanciare i propri marchi. «Come in Italia, siamo andati in controtendenza anche in Oriente – afferma Eduard Bernhart, direttore del Consorzio vini Alto Adige – sempre consapevoli che parliamo dell’1% della produzione italiana di vino, una nicchia. Siamo una regione bianchista innanzitutto e pare le tendenze vadano in questa direzione, ma soprattutto è l’ampio ventaglio di proposte che ci aiuta a trovare connessioni con cucine molto elaborate come quella coreana o giapponese, quest’ultimo mercato interessante da coltivare. Per esempio in Sud Corea abbiamo iniziato da poco e fin da subito abbiamo avuto buoni riscontri, grande interesse nei confronti della versatilità del prodotto se non altro».

Alto Adige: il vino bianco in controtendenza in Asia

Positivo il riscontro anche per il Consorzio Franciacorta. «Tra i paesi citati dall’osservatorio, l’unico rilevante nelle esportazioni di Franciacorta è il Giappone – fa sapere il Consorzio. Tuttavia non vediamo un trend negativo: per il Franciacorta infatti nel 2023 il Giappone ha segnato un +5,0% in volumi sul 2022».

Vino, il trend è generale (non solo nell’estremo Oriente)

«Diciamo che il trend non positivo si colloca in quello più generale della diminuzione del consumo di vino – osserva Maurizio Montobbio, presidente Consorzio tutela del Gavi – a cui deve seguire una riflessione generale da parte di tutto il comparto». In ogni caso il mercato orientale non è mai stato particolarmente dinamico per il Gavi. «Anche nei paesi asiatici si diffondo nuovi trend che portano inevitabilmente a un abbassamento del consumo di vino italiano – gli fa eco Ciro Giordano, presidente del Consorzio tutela vini Vesuvio – ma come tutte le nuove mode troverà nel tempo un suo equilibrio e i vini italiani riprenderanno la loro quota di mercato e di consumo, per il semplice motivo che l’originalità e l’identità che i nostri territori trasferiscono ai vini li rendono unici al mondo».

Maurizio Montobbio, presidente Consorzio tutela del Gavi

«Il sistema Italia perde quote in Asia, soprattutto sulle tipologie di vini rossi – precisa Pantaleone Verna, presidente di Tullum Docg – fenomeno dovuto alla riqualificazione dell’offerta, legata alla rivisitazione dei listini in conseguenza delle mutate condizioni di acquisto dei materiali secchi, oltre che da una rinnovata competitività del sistema vitivinicolo francese».

«Con la fine del 2023 abbiamo registrato un lieve calo dell’esportazione per quanto riguarda i paesi asiatici – rileva Raffaele Librandi, presidente del Consorzio calabrese Cirò e Melissa. Tuttavia già all’inizio dell’anno il mercato si è dimostrato in ripresa, con particolare riferimento a quello giapponese. Il paese che ha risentito di più di tale rallentamento è stata la Cina, ma fortunatamente questa situazione ci ha toccato in minima parte visto il limitato investimento nel mercato cinese».

Raffaele Librandi, presidente del Consorzio calabrese Cirò e Melissa

«Siamo davanti a una tendenza da tenere monitorata: per il Buttafuoco Storico, tuttavia, si tratta di mercati nuovi, in cui siamo entrati da poco e che ci stanno accogliendo in modo positivo – commenta il direttore del Club del Buttafuoco Storico, Armando Colombi – Con i nostri produttori continueremo a presidiare le posizioni recentemente aperte per continuare a essere presenti in Estremo Oriente, dove il vino italiano è comunque apprezzato».

Fonte Il Sole 24 Ore

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