Enoturistica

Vinitaly 2026 frena: 90mila visitatori e una domanda che il settore non può più evitare

Dopo il recupero post-pandemia, la fiera di Verona interrompe la corsa e torna a perdere quota. Resta centrale nel sistema vino, ma i numeri dicono che il format deve continuare a evolversi.

L’edizione 2026 di Vinitaly si è chiusa con 90mila visitatori, 4.000 aziende presenti e operatori provenienti da oltre 135 nazioni. È un dato importante, perché conferma il peso internazionale della manifestazione, ma è anche un dato che raffredda parecchio l’entusiasmo di chi, negli ultimi due anni, aveva raccontato la fiera come ormai stabilmente assestata su una nuova soglia di equilibrio. Secondo ANSA, nel 2026 la quota di presenze dall’estero si è fermata al 26%.

Per capire davvero questo numero, bisogna metterlo in prospettiva. Prima del Covid, Vinitaly viaggiava molto più in alto: 128mila presenze nel 2017, 128mila nel 2018 e 125mila nel 2019. Poi è arrivata la frattura pandemica, con lo stop del 2020 e il rinvio dell’edizione ordinaria 2021. La ripartenza c’è stata, ed è stata concreta: 88mila operatori nel 2022, 93mila nel 2023, 97mila nel 2024 e ancora 97mila nel 2025. Proprio per questo, il 2026 non può essere letto come una semplice oscillazione statistica: interrompe una traiettoria di recupero che sembrava ormai consolidata.

Il confronto più utile è quello con il 2025. In un anno, Vinitaly passa da 97mila a 90mila visitatori, con una flessione di circa 7mila presenze, pari a poco più del 7%. Tradotto: non è un crollo, ma non è neppure un dettaglio. È un arretramento abbastanza netto da imporre una riflessione, soprattutto perché arriva dopo due edizioni consecutive chiuse allo stesso livello. Il presunto “nuovo plateau” a 97mila, insomma, si è rivelato meno solido del previsto.

Ancora più eloquente è il confronto con il periodo pre-pandemia. Rispetto ai 125mila visitatori del 2019, il Vinitaly 2026 resta sotto di circa il 28%. Se si guarda ai 128mila del 2017 e 2018, il distacco sfiora il 30%. Questo significa che la grande fiera di sistema non ha recuperato i volumi storici e che, a sei anni dalla cesura del Covid, il mercato continua a muoversi secondo logiche diverse. Il settore è più frammentato, i canali di relazione sono più distribuiti, le occasioni di contatto professionale non passano più solo dai grandi padiglioni. L’ultima frase è una lettura interpretativa, ma è coerente con l’andamento delle presenze e con la trasformazione del contesto fieristico internazionale.

Negli ultimi anni Veronafiere ha spinto molto sul profilo business della manifestazione, e non a caso i dati 2024 e 2025 insistevano fortemente sul peso dei buyer esteri: 30.070 operatori internazionali nel 2024, pari al 31% del totale, e oltre 32mila buyer nel 2025, circa un terzo delle presenze complessive. In questo quadro, il dato 2026 sul 26% dall’estero merita attenzione, perché tocca il cuore del posizionamento attuale di Vinitaly: meno fiera di massa, più piattaforma professionale e internazionale. Se anche quella leva rallenta, il tema non è più solo quantitativo ma strategico.

Sarebbe sbagliato dire che Vinitaly è in crisi. La manifestazione resta un asset centrale per il vino italiano, ha ancora un peso enorme in termini di visibilità, relazioni e reputazione internazionale. Ma sarebbe altrettanto sbagliato rifugiarsi nel solito riflesso condizionato per cui, quando calano i numeri, si risponde automaticamente che “conta la qualità, non la quantità”. Certo che conta la qualità. Però, a un certo punto, anche la quantità torna a parlare. E quando il mercato manda un segnale, far finta di non sentirlo è la strategia più comoda e anche la più miope.

La verità, probabilmente, è più semplice e più interessante. Vinitaly non deve inseguire per forza i numeri del passato come se fossimo ancora nel 2018. Deve però dimostrare di saper guidare una nuova fase, in cui il valore di una fiera non si misura soltanto dagli ingressi, ma dalla capacità di generare business reale, attrarre operatori utili, costruire relazioni internazionali e restare indispensabile in un mercato che oggi ha molte più alternative di ieri. I 90mila visitatori del 2026 non raccontano un fallimento. Raccontano però che l’inerzia storica, da sola, non basta più

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